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Ero in posta e aspettavo che il mio numero comparisse nel quadrato nero per pagare le bollette e spedire due pacchi, avevo davanti una ventina di persone e mi ero scelta una sedia traballante in un angoletto caldo, mentre fuori pioveva a dirotto. Ma quando è finalmente comparso il mio numero non me ne sono accorta, ero già piombata in Spagna: mi stavo perdendo nei labirinti di quel monumento del franchismo che è la torre Madrid. E i pacchi li ho spediti con qualche ora di ritardo.
In genere penso che la vita sia troppo corta per rileggere i libri, anche se a volte li sento che mi richiamano dallo scaffale ed esigono una rilettura o, perlomeno, una risfogliata. A volte li accontento e cedo alla tentazione, ma poi finisco sempre per abbandonarli prima della fine. La fame di libri nuovi è sempre più forte.
Rosa Montero mi ha chiamato qualche giorno fa dallo scaffale bianco in fondo alla camera. Ho pensato di consultarla un po’ per farla contenta, come avevo fatto poco prima con Javier Marías e con Cortázar, ma fin dalle prime pagine mi ha preso per i capelli e mi ha invischiato nella sua storia come se fosse stata la prima volta. A quel punto, anche se sai come va a finire, anche se sai a memoria i trucchetti che sta usando, anche se ti sembra di conoscere già tutto, non riesci a staccare gli occhi dalla pagina e la mente dal libro. Non ti riesce nemmeno di saltare qualche brano. No, ti viene proprio da rileggere tutto. E voracemente.
Rosa ti porta su quella linea rossa di confine tra saggio e romanzo senza spiegare che cos’è un saggio né che cos’è un romanzo: semplicemente ti ci butta dentro, ti fa frugare nella vita di altri scrittori alla ricerca delle loro brutture, dei loro lati negativi, fa cadere gli idoli uno a uno con un gran tonfo. Forse, però, proprio per le loro debolezze, questi idoli finiscono per starci simpatici, sono come più vicini.
Zola in fondo in fondo codardello, Gide coraggioso, Goethe venduto, Tolstoj violento e maschilista, Capote troppo ambizioso, Walser fallito, Rimbaud illuminato ma con le rotelle scollegate, Calvino vanitosetto e così via... Qui e là spuntano bellissimi aneddoti biografici sui vari scrittori e si trovano anche delle vere perle, come la splendida storia del linguista Klemperer.
Tra discrepanze biografiche, risolini, realtà vera e realtà immaginata, questo libro è un grande viaggio nell’arte della fiction, da José Luis Peixoto a Mario Vargas Llosa, passando per Ovejero fino ai racconti della stessa Montero, non si riesce a prendere fiato un attimo.
Fondamentalmente credo che la cosa bella di questo libro sia che ti prende in giro. Ti prende proprio sfacciatamente e orgogliosamente in giro. E ridendo di te e con te, ti insegna tanto.
Consigliato vivamente a tutti quelli che vogliono sbirciare dietro le quinte del fare narrativa e a tutti quelli in cerca di un balcone da cui guardare la propria cella.
Rosa Montero, La pazza di casa, Con un intervento di Mario Vargas Llosa, Frassinelli, 2003, traduzione di Michela Finassi Parolo
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